Parole O_Stili per parlare della scuola

Sono stata a Milano lo scorso 9 febbraio, invitata da Giovanni Boccia Artieri a parlare di Finlandia, Byod e Flipped Classroom. Quello di cui mi premeva parlare però erano gli studenti, e le parole che hanno usato nella mie classi per parlare di emozioni e sentimenti. La scuola ha un compito arduo: deve educare alla narrazione di sé, dei propri vissuti, di ciò che si prova mentre si vive. Lo so, non sono contenuti disciplinari, ma sono vitali per la sopravvivenza del genere umano. E la presenza dei ragazzi e delle ragazze sui social racconta proprio questo: un disperato desiderio di comunicare col mondo, quello stesso mondo nel quale una ragazza di diciotto anni può essere uccisa e tagliata a pezzi su una terrazza romana o dove un ragazzo può essere pestato dai suoi coetanei sotto la metro, a Napoli. Se non a scuola dove dovrebbero imparare ad usare le parole per dire come si sentono e di che cosa hanno bisogno? Non è compito della classe desiderare un ambiente accogliente, che allestisce un assetto di morbidezza e fluidità attorno a studenti che non sono finiti né definiti, che crescono ogni giorno e che hanno bisogno che plasticamente, come il loro cervello, noi adulti gli si mostri di saper stare loro accanto, anche nelle durezze e nelle fragilità delle loro giornate peggiori?
Usiamo le discipline anche per questo. Ecco di che cosa abbiamo parlato a Milano, in un evento meravigliosamente agganciato alle parole. Orgogliosa di averne fatto parte e di aver contribuito, nel mio piccolo, al dibattito sulla scuola, le parole, le tecnologie e in fondo la felicità a scuola.

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